The most exciting phrase to hear in science, the one that heralds the most discoveries, is not "Eureka!", but "That's funny..." (Isaac Asimov)

lunedì 20 settembre 2010

Elefanti in acido

e altre storie di scienza bizzarra













Ne avevo scritto altrove ma ho pensato di ripescare parte di quella recensione per segnalare anche qui uno dei libri più divertenti e interessanti che ho letto negli ultimi tempi: "Elefanti in acido" di Alex Boese (il titolo originale è per una volta lo stesso: Elephants on acid), uno storico della scienza con base a San Diego che ha deciso di dedicarsi al lato "curioso" della scienza (e non solo, suo è il Museum of Hoaxes). "Elefanti in acido" raccoglie svariati esperimenti che oggi raccoglierebbero facilmente un Ig Nobel, e che si leggono (grazie anche alla bravura di Boese) con un misto di ammirazione, curiosità e in alcuni casi raccapriccio (ma molto più spesso col sorriso sulle labbra). Per sapere degli elefanti citati nel titolo vi invito a comprare il libro, mentre per darvi un'idea di cosa troverete vi riporto qua sotto un breve riassunto (che scrissi in un'altra occasione, vi prego di soprassedere al tono un po' faceto e fintamente misogino - storia lunga da spiegare) di uno degli esperimenti più curiosi.

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Durante una delle sue lezioni di psicologia sociale sperimentale alla Florida State University Russel Clark, con lo spirito un po' visionario e un po' burlone di tanti psicologi sperimentali, seppe cogliere l'occasione per mettere alla prova un mito e contemporaneamente stabilire (se si vuole prendere per buona una ricerca tutto sommato statisticamente poco solida) una verità ancora oggi messa in dubbio da alcuni retrogradi oscurantisti: le donne rimorchiano facile. Ma andiamo per gradi.

Il professor Clark stava in realtà discutendo un altro articolo descritto nel libro di cui sopra, che dimostrava come i possibili partner diventano più attraenti man mano che si approssima l'orario di chiusura dei locali (ma solo per i single, ovvero per chi deve operare una scelta - con chi provarci? - e vede restringersi il tempo a disposizione), e come capita sempre in questi casi gli scappò un commento riguardo alla necessità tutta maschile di affinare sempre le proprie armi seduttive. Apriti cielo! ecco che alcune giovini studentelle si dicono soprese: altroché, fanno queste, anche noi dobbiamo impegnarci per fare conquiste! come no, replica Clark, anzi dai facciamo che sistemiamo questa cosa una volta per tutte.

Detto fatto, ecco che cinque studentesse e quattro studenti, tutti giovani e di bell'aspetto, cominciano a vagare per il campus facendo una semplice domanda ai membri del sesso opposto: "
Ti ho notato nel campus e ti trovo attraente, vorresti venire a letto con me questa notte?".Nessuna donna ha detto sì, il 75 % degli uomini si è invece dimostrato disponibile (qualcuno chiedendo anche "perché aspettare questa sera?"), e va notato che il 25% che ha risposto negativamente ha sempre addotto una scusa valida (alcuni ad esempio erano sposati).

Non finisce qui peraltro, perché se la domanda cambiava in "Vorresti uscire con me stasera?" i risultati mutavano drasticamente: a questo punto per entrambi i sessi il 50% accettava e il 50% rifiutava (con "vorresti venire nel mio appartamento stasera?" invece i risultati restavano pressocché identici al primo esperimento, 69 a 6). Clark si stupì che bastasse chiedere a una donna di uscire per ottenere una percentuale di successo del 50%, io preferisco notare come basti chiedere a un uomo di fare sesso piuttosto che di uscire per incrementare drasticamente le chance di ottenere un sì.


L'esperimento è stato pubblicato, dopo anni di rifiuti, sul Journal of Psychology & Human Sexuality [2 (1): 39-55] col titolo "Gender differences in Recept
iv
ity to Sexual Offers".


domenica 19 settembre 2010

California 1/n - Antipasto (in effetti si parla molto di cibo)

[Ho deciso due cose: 1) mi rimetto dietro a questo blog 2) ci scriverò anche viaggi e recensioni di film e libri]


Più di una settimana dopo essere atterrato a Verona e in ritardo (che sorpresa) sui tempi che mi ero prefissato mi trovo a cominciare finalmente quello che mi ero riproposto di fare da prima di partire: un diario, o meglio un racconto a puntate, anzi ancora una serie di articoli, insomma facciamo quello che viene del mio viaggio in California (mio si fa per dire, c'erano altre 5 persone con me senza le quali non sarebbe stata la stessa cosa). Non sapendo da dove cominciare copio o meglio omaggio lo scrittore che mi ha dato l'idea, cercando di mettere giù una lista in ordine sparso delle cose che ho visto e fatto. Nelle prossime puntate comincia il racconto (o diario o insomma si è capito).

Ho visto l'oceano prima da fuori e poi da dentro e ho fatto uno dei bagni più tonificanti della mia vita (così a occhio secondo dopo un certo laghetto di quasi un decennio fa). Ho visto hot dog e hamburger di carne kobe, e se sapete cosa vuol dire credo starete facendo la stessa faccia che ho fatto io. Posso ora darvi indicazioni per trovare i migliori tacos del mondo a San Francisco (ho mangiato tacos quell'unica volta nella mia vita ma negherò fino alla morte che possano essere cucinati meglio) e una serie di altri posti dove mangiare ottimamente, e per inciso il cibo messicano in California non è quell'attentato alla pubblica sanità che si trova in Italia.

So perché quello americano è tra i popoli più obesi del mondo: il cibo è delizioso, ma in quella maniera insana per cui quando vogliamo trattarci in maniera speciale mettiamo due dita di nutella sulle gocciole extradark (un esempio su tutti: l'insalata viene per forza con abbondante salsa e pollo fritto o alla meglio grigliato). Altri motivi sono le porzioni sono fuori di testa e il secondo giro quasi sempre gratuito per ogni bevanda nei ristoranti.

Ho finalmente scoperto che SkyMall è una realtà e non una leggenda. Ho seriamente pensato di comprare una replica semovente di C1P8 dotata di riconoscimento vocale e dei suoni originali e sono stato tentato dalla penna-telecamera. Ho incuriosito una simpatica vecchina prendendo appunti su tutte le cianfrusaglie più interessanti e parlandoci un po' ho avuto la prima delle tante testimonianze di una verità assoluta sugli americani: a parte cugino Bubba e il vecchio Dempsy, folkloristici abitanti delle mille cittadine anonime sparse per l'angosciantemente piatto Midwest, quasi tutti si spostano di centinaia di miglia nel corso della vita, finendo a vivere da tutt'altra parte rispetto a dove sono nati e cresciuti. In qualche modo pare che l'America, estesa come un continente e così poco popolata da far pensare che ogni stato debba far storia a sé, sia invece una nazione unita e la parola “americano” abbia un senso tanto quanto la parola “italiano” (non ne ero sicuro prima di partire).

Sono stato in un motel e ci sono pure inaspettatamente ritornato, ho discusso con i proprietari di un ostello e ho dovuto fare un po' di casini tra mail e telefonate per cancellarne un altro insomma tutto questo per dire che ho scoperto il mio inglese essere molto migliore di quanto pensassi (e di quanto dovrebbe, non avendolo io mai studiato). Ho fatto lunghe chiacchierate con, sto facendo i conti ora, 11 autoctoni (e a parte 2 casi sono sempre stati loro ad attaccare bottone)(lo dico subito: 9 erano ragazze) più due italiane (non dirò nulla nemmeno sotto tortura). Per farla breve ho scoperto che la gente in California è amichevole e non aspetterà che sia tu a venire da loro: basterà parlare una lingua straniera e dopo un po' arriverà qualcuno a chiedere di dove siete (per inciso quasi nessuno ci ha scambiati per italiani e per me è una piccola vittoria).

Ho visto sequoie e deserti, grattacieli e casette col divano sulla veranda, palazzoni (di quelli con le scale antincendio su un lato che avete visto nei film) e ville da ricconi, il Golden Gate Bridge e la costa tra Los Angeles e Santa Cruz e insomma ho scoperto che la California è anche una gioia per gli occhi. Ho scoperto che Las Vegas è ancor di più una gioia per gli occhi, ma dietro la parete di cartone c'è poco più di una massa di gente pronta a spillarti soldi. Una cosa che però so di sicuro è che Las Vegas merita lo stesso la vostra visita, e ci si diverte oltre ogni aspettativa (e poi non ci si vuole tornare mai più, o perlomeno non molto spesso).

Ho assaggiato la pizza americana, che si chiama pizza ma non dovrebbe, e tutta una serie di cibi pensati o quantomeno tramandanti unicamente per i viaggi in macchina; in America, dove la gente fa miglia e miglia in macchina in continuazione, questo ha incredibilmente un senso (in Italia al massimo ci sono i grisbì, ma ho il sospetto che siano un cibo “da viaggio” solo per un mio amico, e non per un'intera nazione come ad esempio l'indimenticabile Beef Jerky).

Ho evitato McDonald, piegandomi ai fast food “di catena” solo per Subway e Popeye's e in qualche modo ne è valsa la pena (soprattutto per il secondo che offre cucina cajun), ma ho avuto la conferma da altri che gli hamburger di McDonald hanno lo stesso sapore in America e in Italia (e questo apre inquietanti scenari dato che qualsiasi altra carne di manzo che ho assaggiato era ben diversa nel sapore da quella italiana). Ho mangiato tanta, troppa carne e mi sono trovato a desiderare sinceramente una semplice insalata con un filo d'olio buono (non ho visto olio extravergine d'oliva in nessun posto per tutta la durata della vacanza) e sale.

Ho scoperto che i locali in California chiudono alle 2, anche quelli che non diresti, e smettono di servire alcool all'1.30. Fidatevi, non è una buona idea (ma si riesce a uscire e divertirsi lo stesso). Ho chiesto indicazioni a baristi e tassisti che sono diventati i miei migliori amici per quei dieci minuti di chiacchierata, e ho scoperto che sono ben felici di aiutarvi anche se non gli lasciate il ventone come nei film (anzi, un barista ha premiato la mia amichevolezza versandomi un Kentucky Bourbon più abbondante del dovuto sostituendo il bicchiere che mi aveva servito inizialmente con uno più grande). Ho scoperto una manciata di birre americane davvero buone e un po' ne ho nostalgia (segnatevele: Red Hook, Blue Moon, Napa Valley Pale Ale, Miller Genuine Draft).

Tanto per chiudere col cibo, infine, ora invidio pesantemente gli americani per le colazioni che fanno: potrà essere poco salutare, ma svegliarsi dall'altra parte dell'Atlantico è decisamente più gustoso (e non sto parlando del bacon, che ho assaggiato una sola volta a colazione, ma delle cose dolci: pancake e french toast su tutto il resto).

Insomma, una vacanza legend – wait for it – dary!, proprio come me l'aspettavo.

Continua...